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NEW MEDIA E INTELLIGENZA EMOTIVA

Così come i pensieri, anche le emozioni seguono logiche e schemi già stabiliti, hanno memorie proprie ed un’intelligenza che le coordina e gestisce: l’Intelligenza Emotiva.
L’intelligenza emotiva di Daniel Goleman è uno strumento utile nel rapporto coi new media e per una riflessione sull’intelligenza che coinvolga le emozioni.
Quando di una tecnologia si dice che è userfriendly, significa che le si attribuisce una capacità di relazione più vicina all’uomo che alla macchina. In Captologia si definisce infine persuasione la capacità di modificare gli atteggiamenti ed i comportamenti degli individui attraverso il ragionamento e gli appelli emotivi.
Sostanzialmente se non vi è un coinvolgimento della sfera emozionale, la qualità di qualsiasi tipo di relazione (interpersonale o uomo/macchina) cambia. E dunque quali sono i principi di quest’ intelligenza?
Non esistono dei veri e propri principi, ma piuttosto delle linee guida od ancor meglio un’attitudine alla comunicazione efficace e orientata consapevolmente: l’ascolto per la comprensione dell’altro, la riflessione intima e personale, la cooperazione nei lavori di squadra, “essere capaci di presentare una critica costruttiva, essere capaci di lavorare con profitto come elementi di una rete di connessioni reciproche,” trasformare i punti di debolezza i punti di forza, ecc.. Sono alcune delle capacità proprie dell’intelligenza emotiva. Capacità che potrebbero apparire talvolta concetti astratti, perché difficilmente osservabili rispetto al cogliere un pensiero che passa per la mente.
Eppure una volta comprese e rese parte del proprio modo di essere e lavorare possono diventare capacità altamente spendibili. In termini di: qualità dei prodotti o servizi, quindi soddisfazione e reale apprendimento dell’utente, profitti e prestigio. Essere capaci di avvalersi di strumenti emotivi oltre che cognitivi è il futuro di ogni forma di comunicazione attraverso i media e le nuove tecnologie.
Ed è anche un modo per migliorare la qualità delle proprie relazioni interpersonali.

Brunella Giacobbo, Med Master

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LA TUTELA DEI MINORI: UNA NECESSITA’ DA NON RINVIARE

La relazione tra media e minori è una necessità fondamentale nelle società contemporanee. Se consideriamo che i minori, e i bambini in particolare, sono ormai centrali nei dibattiti pubblici e televisivi (si ricordi l’istituzione della giornata mondiale dell’infanzia nel 1989), emerge con tutta evidenza il bisogno di rendere centrale, nell’agenda culturale e politica del nostro paese la tutela dei minori nel sistema radiotelevisivo e mass-mediatico del nostro paese. Nel 1990 l’approvazione della legge Mammì, importante perché ha regolamentato- seppur con molte polemiche politiche- il sistema radiotelevisivo italiano, ha incluso norme che vanno nella direzione di una maggiore tutela dei minori. L’esclusione dei film per adulti dalle emittenti televisive pubbliche e private e la programmazione dei film vietati ai minori di 14 anni in seconda serata (dopo le 22:30), ha evidenziato il bisogno di tutta la classe politica di disciplinare un campo e un terreno che fino ad allora la legge aveva lasciato completamente “fuori” e affidato alla responsabilità di ogni editore. Vista la centralità del medium televisivo nella vita quotidiana delle famiglie italiane, il legislatore individua nel 1997 una fascia protetta, sottoscritta dalla RAI, Mediaset e Telemontecarlo che va dalle 07:00 alle 22:30, e una fascia iperprotetta dalle 16:00 alle 19:00. Nel novembre del 2002 viene firmato, con le principali emittenti televisive pubbliche e private, il Codice di autoregolamentazione Tv e minori (da due anni Codice media e minori). Queste norme, estese anche ad altri media, lasciano aperte, tuttavia, delle questioni relative ad eventuali violazioni delle stesse. Cosa si fa se un’emittente viola il Codice mostrando immagini violente? Già agli inizi degli anni ‘90, uno dei più grandi filosofi del ‘900 Karl Popper sosteneva la necessità di istituire un brevetto, un patentino per chi fa televisione. La proposta potrebbe essere messa in atto nelle moderne democrazie liberali. Tuttavia l’idea lascia aperte una questione di fondo, cioè il rischio che si formi una sorta di oligarchia costituita dai più idonei ad esercitare la professione televisiva e l’eventualità che questi decidano sulla maggioranza degli spettatori non sufficientemente capaci di operare scelte qualitative. I problemi maggiori sollevati da Popper sono gli effetti che le immagini violente esercitano sui bambini e la loro difficoltà nella decodifica. La migliore risposta a questi interrogativi potrebbe venire dalla sinergia tra la famiglia, la scuola e i professionisti della comunicazione. La famiglia e la scuola, luoghi della socializzazione primaria, hanno il dovere di insegnare ai bambini che molte immagini violente, specialmente quelle dei film, sono finte e costruite dai registi cinematografici. Il mondo dei media, invece, dovrebbe essere mosso dall’etica della responsabilità, cioè, al di là di ogni divergenza politica e ideologica, dovrebbe sforzarsi di trovare un’insieme di regole condivise in grado di tutelare i minori e di non nuocere al loro sviluppo fisico, mentale e morale. Occorrerebbe, inoltre, formare i professionisti dei media e mettere in atto strategie di media education, in termini di alfabetizzazione mediale, nella scuola e nella famiglia, ricordandoci che i minori di oggi sono ormai digitali nativi e che i media sono parte integrante della vita di tutti.

Andrea Magliocco, Med Master

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