MedMaster: il blog di media education

15 dicembre 2009

Armando Traverso al master Multimedia Education

Armando Traverso, noto presentatore della televisione per bambini e ora anche conduttore radiofonico, ha animato una delle lezioni del Master Multimedia Education (istituito dalla Facoltà di Scienza della Comunicazione della Sapienza di Roma, il MED e Promedia2000), parlando de “Le colonne d’Ercole”, programma di intrattenimento radiofonico che va in onda il sabato e la domenica pomeriggio dalle 18 alle 19 su Radiodue, condotto insieme a Federico Biagione. Traverso ha deciso di ospitare negli studi di Radio Rai i corsisti del Master che sono entrati in contatto con l’ambiente radiofonico e, assistendo alla diretta del programma, hanno potuto familiarizzare con il linguaggio della radio. “Le colonne d’Ercole” è un programma di infotaiment, cioè di informazione e intrattenimento, e cerca di riportare tutte le notizie della settimana in modo leggero e scansonato. Il racconto, accompagnato da stacchetti musicali, si configura come una sorta di commedia dell’arte all’italiana, incentrata sulla bravura e sull’improvvisazione dei due bravi conduttori. Ma Traverso, personalità poliedrica e creativa della radio, è anche presentatore televisivo e, la domenica mattina su Raitre presenta “Domenica papà”, programma che alterna cartoni animati a pezzi di animazione culturale per ragazzi, oltre a informare su eventi, musei e libri che riguardano i bambini. Il programma diventa inoltre un momento di dialogo e di unione familiare, dove i padri possono trovare ancora il modo per stare insieme ai loro figli. “Domenica papà” è dunque un format educativo che si inserisce nella televisione per bambini e che cerca di far maturare quella sensibilità giusta anche a chi occupa la stanza dei bottoni della Rai.

Andrea Magliocco, Med Master

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14 dicembre 2009

La Tv del futuro: il bisogno della qualità

Dopo le recenti innovazioni tecnologiche e con il lancio del digitale terrestre (aumento dei canali, pay tv etc.), l’offerta televisiva è aumentata in misura considerevole. Si pongono tuttavia alcuni quesiti, discussi anche durante la Winter School di Orvieto, che riguardano la qualità dei contenuti. Il problema di una buona televisione rimanda a questioni che si sono poste con forza in Italia a partire dagli anni ’80, quando la nascita e la diffusione delle tv commerciali – in particolare quelle legate al gruppo Fininvest – hanno avuto il merito di scardinare il monopolio delle reti Rai, ancorate ad un linguaggio distonico con le istanze modernizzatrici della società italiana. Tuttavia l’innovazione dei linguaggi e la straordinaria inclusione nel palinsesto televisivo di donne e minori (le soap opera e i cartoni animati vanno in questa direzione), non può non tener conto della logica che anima le tv commerciali, cioè quella del profitto e, quindi, la necessità di “vendere” un prodotto. Qui si pone il problema della qualità, e cioè di come conciliare una buona televisione con l’urgenza di fare ascolti. Oggi, a distanza di venti anni, con l’aumento dell’offerta televisiva (si pensi ai canali Sky e al digitale terreste) e con un linguaggio generalista (anche quella del servizio pubblico) dominato dal trash, dal pettegolezzo e dalla voglia vouyeristica di guardare la vita degli altri, sembra dominare più una logica televisiva basata sull’audience a tutti costi. Siamo davvero sicuri che è tutta colpa della commercializzazione del medium? È difficile dare una risposta univoca a questo interrogativo. Ciò che servirebbe è che tutti i professionisti mediali siano mossi da una sorta di missione etica che li faccia riflettere sull’eventualità di riscrivere insieme le regole del gioco televisivo, tenendo presente che il male non è sempre e solo il mercato, ma considerando quest’ultimo come valore aggiunto indispensabile per una televisione, che guarda al futuro e che moltiplica l’offerta dei canali per i telespettatori.

Andrea Magliocco, Med Master

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11 dicembre 2009

Quale ruolo per la media education nella scuola?

In occasione della I Winter School, che si è tenuta ad Orvieto dal 5 all’ 8 dicembre 2009, i Relatori hanno argomentato circa il ruolo che deve assumere una disciplina come la media education nella società italiana e nella scuola. Interessante e originale è stato il contributo offerto dal prof. Roberto Farnè,  pedagogista e direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Farnè ha sottolineato la differenza di modalità con cui avviene l’apprendimento tra la scuola e il mondo dei media. Nel caso della scuola, il cui obiettivo è quello di trasmettere conoscenza e saperi, la socializzazione/educazione avviene per iniziazione, grazie al contributo degli insegnanti  che preparano alla lettura, alla scrittura e a far di conto. Per ciò che riguarda i media invece la socializzazione /educazione avviene per immersione, cioè mettendo in atto meccanismi di identificazione empatica nei confronti di ciò che si apprende, che può essere un linguaggio cinematografico o televisivo, piuttosto che l’utilizzo della videocamera. A questo punto è naturale porsi l’interrogativo circa il ruolo della media education nella scuola moderna.  A tal proposito il professore ha sottolineto come sia più importante che la media education stimoli la scuola a recuperare la cultura dei media, insegnando agli studenti, ad esempio,  la lettura del linguaggio cinematografico- proiettando nelle classi film che costituiscono pietre miliari dell’immaginario collettivo ( Roma città aperta, Otto e mezzo, Ladri di biciclette etc..) ; oppure investire, in termini quantitativi, su acquisti di nuovi computer o sulle LIM ( lavagne interattive multimediali). Farnè ha lasciato aperti tanti interrogativi ed il dibattito all’interno del MED vede la contrapposizione tra i formatori e i docenti che considerano la media education una disciplina indispensabile per aggiornare il linguaggio scolastico, e coloro che, come il prof. Farnè, pensano che l’educazione ai media, in termini di forte innovazione tecnologica, sia troppo distonica rispetto agli scopi della scuola moderna.

Andrea Magliocco, Med Master

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10 dicembre 2009

Intercultura e media education per nuove forme di socialità

Negli ultimi vent’ anni, e in particolare in seguito alla caduta del muro di Berlino, le società occidentali sono state attraversate da profondi cambiamenti sociali. I cittadini si spostano più rapidamente, le frontiere nazionali si indeboliscono, le nuove tecnologie consentono e creano nuove forme di socialità. A fronte di fenomeni sociali nascenti ed emergenti si pone la questione dell’intercultura, cioè della possibilità che gruppi etnici diversi tra di loro possano conoscersi e familiarizzare con i cittadini della nazione che le ospita, attraverso una necessaria reciprocità che si pone alla base della convivenza pacifica tra popoli. Nella nostra nazione l’intercultura si sta manifestando con tutta evidenza nel mondo della scuola, dove gli alunni delle scuole primarie sperimentano quotidianamente rapporti basati sull’accettazione della diversità.
I progetti di media education nelle scuole diventano, quindi, mezzi privilegiati per individuare nuove forme di socializzazione tra bambini e per insegnare, attraverso l’uso dei media, il rispetto per la diversità. Realizzare progetti audiovisivi che hanno per protagonisti l’interazione tra bambini italiani e stranieri o mostrare spot contro il razzismo in classe è, dunque, un mezzo indispensabile per la costruzione di una coscienza critica, che faccia della differenza e della diversità un valore aggiunto.  Alla socializzazione, che nasce nella scuola grazie alla presenza di classi miste, bisogna aggiungere esperimenti e percorsi interculturali da realizzare in contesti non propriamente educativi e che prevedono principalmente il coinvolgimento di adulti. Va in questa direzione “La festa dei popoli” che si tiene ogni anno nel mese di maggio, presso Piazza San Giovanni a Roma. Promosso dai Missionari Scalabriniani in collaborazione con il Vicariato, la manifestazione diventa un’ottima occasione di incontro tra diversi popoli e tradizioni culturali, un luogo dove i migranti possono portare le loro problematiche, incontrarsi e incontrarci. Sia le esperienze di media education che manifestazioni come “La festa dei popoli” sono fondamentali per stimolare nel nostro Paese la centralità che un fenomeno così straordinario ed epocale come l’immigrazione possa trasformarsi davvero in momenti d’incontro e di conoscenza reciproca.

Andrea Magliocco, Med Master

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4 dicembre 2009

Media Education e cittadinanza digitale: Orvieto Winter School

La rivoluzione digitale accompagna da qualche anno le trasformazioni postindustriali della società dell’informazione e della conoscenza; nel dibattito pubblico questo tema ha alimentato nuovi percorsi di riflessione critica, analisi sociale ed educativa sui vettori del cambiamento, chiamando in causa anzitutto il mondo dell’educazione.
L’innesto di logiche e dinamiche prevalentemente reticolari sia nei sistemi organizzativi delle istituzioni, sia nei meccanismi di ragionamento e di esperienza di vita dei soggetti, ha stimolato una serie di focus tematici sui nuovi comportamenti sociali e culturali delle persone e sugli stili espressivi e comunicativi che entrano progressivamente in gioco con i digital media.
Entro questo scenario, l’interrogativo ineludibile è questo: come l’esperienza sociale e culturale del mondo digitale si ibrida con la socializzazione intrecciandosi con la condizione di crisi tipica della modernità? Come l’era digitalizzata incide sullo scollamento dei valori sociali e sulla perdita di punti di riferimento “tradizionali”, da sempre baluardi di identificazione, riconoscimento e integrazione socioculturale per il soggetto?
L’istanza digitale si innesta in un panorama sociale già precario, instabile e poco rassicurante per i cittadini del tardomoderno, tanto che diventa sempre più urgente attivare tattiche e strategie di resistenza alle nuove o acutizzate forme di disuguaglianza socioculturale.
È ormai noto quanto i media contribuiscano a compensare lo scollamento dei valori moderni e il senso di vuoto interiore nei soggetti che, non trovando sostegno in strutture e sistemi sociali (quali scuola e famiglia), scoprono nelle tecnologie quel sistema di competenze e rassicurazioni culturali per costruire nuovi percorsi di soggettivismo e identificazione, di relazione e condivisione culturale, modificando percezioni e processi di rappresentazione della realtà e trasformando anche le modalità di apprendimento e sviluppo cognitivo. Ma come risolvere l’overload informativo che proviene dai diversi media? Come sviluppare capacità di autorientamento per un’attività preventiva di scelta consapevole e selezione degli input informativi? Come immunizzare gli individui rispetto ai rischi di dipendenza informativa che possono incrementarsi con la digitalizzazione mediale?
Il tema della cittadinanza digitale pone inevitabilmente al centro del dibattito alcune problematiche relative all’accesso all’informazione e alle competenze tecniche indispensabili per orientarsi nel digital mediascape. Competenze che spesso si pongono alla base di ulteriori gap di socializzazione, come ad esempio quelli intergenerazionali, di natura espressiva, fruitiva e valoriale.
La questione tuttavia non si riduce a una conoscenza tecnico-strumentale, capace di garantire un efficace funzionamento contestualizzato del medium, bensì si riferisce alla consapevolezza fruitiva e produttiva dei media che interpella competenze critico-culturali, restituisce autonomia e creatività produttiva e senso di responsabilità autoriale, spesso alla base del senso critico interpretativo del testo.

Da qui deriva una nuova questione da sottoporre all’attenzione dei critici: la qualificazione dell’accesso ai media digitali e, dunque, la tendenza a sviluppare competenze, abilità critiche, capacità di ragionamento che contestualizzino e integrino le competenze tecnologiche nell’ambiente di vita del soggetto, tanto da diventare “critico” della comunicazione o almeno fruitore più consapevole delle opportunità integrative polisemiche di un testo o di uno strumento mediale.
In questo quadro, l’educazione riveste un ruolo fondamentale perché ha il compito di garantire al soggetto l’appropriazione critica dei meccanismi organizzativi della nuova società digitalizzata. Non si tratta soltanto di fornire competenze per un equo accesso alle tecnologie, ma anche di incentivare l’acquisizione di capacità riflessive in grado di ricontestualizzare il sapere in modo significativo rispetto alle esperienze/esigenze degli attori sociali, e rispetto alla loro capacità di partecipare attivamente alla vita pubblica.
Attraverso l’educazione, è possibile definire le condizioni indispensabili affinché gli individui possano accedere in maniera riflessiva e responsabile alle informazioni mediate dalla tecnologia.
La Media education rappresenta una forma di investimento pubblico per garantire una partecipazione dei soggetti alla vita pubblica, sostenendo un ruolo attivo nel rispetto di norme di convivenza civile e l’impegno etico per lo sviluppo, l’interiorizzazione e la diffusione del senso di cittadinanza attraverso l’uso dei linguaggi mediali. L’educazione ai media infatti consentirebbe di sviluppare una sorta di meta-competenza per lo sviluppo di consapevolezza critica rispetto ai rischi e alle diverse possibilità mediali, offrendo ai soggetti l’opportunità di orientarsi con diverse abilità e competenze nel mondo circostante.
Le diverse forme di gap intergenerazionale – fruitivo rispetto alla tastiera multimediale, espressivo e culturale – spesso determinano situazioni di incomunicabilità e indisponibilità al dialogo fra adulti e giovani e potrebbero essere compensate attraverso percorsi di educazione mediale, che riducono le barriere comunicative, generano opportunità di scambio conoscitivo, esperienziale, inaugurando diverse strategie educative, fondate sulla logica del network, sulla circolarità dei diversi saperi e delle esperienze soggettive, pur mantenendo l’autorevolezza dei ruoli.

Med Master

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2 dicembre 2009

Lezione di Patrizio Rossano al corso di laurea in media education: dibattito tra corsisti

In seguito alla lezione di giovedì 19 novembre 2009 in cui interveniva Patrizio Rossano, presidente dell’Associazione TV e minori, la riflessione è continuata relativamente al cosiddetto “patto etico”, la soglia con la quale chiunque rifletta sul rapporto tra media e minori si trova a ragionare in vista di un corretto sviluppo dei giovani fruitori di media.

1 dicembre 2009

I giovani nell’immaginario collettivo cinematografico

Negli ultimi anni le problematiche giovanili occupano molto spazio nelle cronache dei giornali e nell’agenda del dibattito pubblico e politico. Il bullismo nelle scuole, le violenze nei confronti dei diversi (gay e immigrati in primis) costruiscono un immaginario negativo degli adolescenti e dei giovani. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Se si analizza infatti il ruolo e l’immagine del giovane nel cinema, si scopre che la rappresentazione dell’universo adolescenziale è diversa da quella fornita dai giornali e dalla televisione. L’interesse che il cinema mostra nei confronti della condizione del giovane di oggi è confermata anche da un crescente numero di pellicole che vedono gli adolescenti protagonisti. Film come “Notte prima degli esami” di Fausto Brizzi o “Amore 14 “ di Federico Moccia offrono un’immagine diversa dell’universo giovanile contrapposta spesso agli stereotipi comuni della televisione e di una certa stampa. Non più il racconto dei giovani a partire dai fatti di cronaca, dunque, ma la descrizione di un mondo dove la profondità delle relazioni sociali diventa centrale nella vita dei ragazzi. Anche Carlo Tagliabue, presidente del Centro Studi Cinematografici di Roma e docente del Master Multimedia Education, organizzato dalla Facoltà di Scienza della Comunicazione della Sapienza di Roma, condivide questa lettura e ha sottolineato come nel film “La scuola” di Daniele Lucchetti, la classe, i professori e il mondo scolastico diventano “una sorta di fotocopia di un universo immaginato dai loro stessi alunni”(Tagliabue 2008). La riflessione di Tagliabue sottolinea dunque la centralità che assume la scuola per gli adolescenti: accanto alla quotidianità e all’analisi del linguaggio giovanile, bisogna aggiungere anche la priorità che nei ragazzi di oggi assumono i sentimenti come l’amore e l’amicizia. E se chi ben inizia è a metà dell’opera c’è ben da sperare per il futuro della nostra generazione.

Andrea Magliocco, Med Master

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30 novembre 2009

Gianni Bisiach: comunicare la storia

Il 18 aprile 2009 Gianni  Bisiach è intervenuto durante il Master Multimedia Education della Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma. Nato a Gorizia nel 1927, giornalista, scrittore e regista di fama internazionale, Bisiach ha ricordato ai corsisti del Master i momenti importanti della sua carriera giornalistica, mostrando alcuni brevi filmati audiovisivi. Le elezioni del 1948 e la vittoria dello schieramento atlantico e liberale, l’intervista a John Kennedy nel ‘63 e quella a Sandro Pertini sulla morte di Benito Mussolini, sono materiali importanti per l’archivio della memoria storica del nostro Paese. Egli ha parlato anche del suo primo reportage per la RAI “Rapporto da Corleone”, inchiesta sul fenomeno mafioso che ha vinto il Premio Mondiale per la televisione e, nel 1970 la pellicola “Due Kennedy”, un’ inchiesta sulla misteriosa morte dei due presidenti americani. La caratteristica più importante della storia professionale di Bisiach è racchiusa nella sua capacità di individuare un punto di convergenza importante tra il linguaggio giornalistico e quello cinematografico: la sua originalità sta nel raccontare la realtà indagandola e, al tempo stesso, rappresentandola con l’utilizzo di tutte quelle accortezze estetiche tipiche del cinema (inquadrature, scelta delle immagini e montaggio). Merita certamente di essere ricordata anche l’importanza educativa nel comunicare la storia, che è un elemento basilare per i giovani nella costruzione di una memoria condivisa. Raccontare fatti e avvenimenti del passato, attraverso l’utilizzo di materiali audiovisivi, è inoltre un percorso importante di media education che sarebbe utile sperimentare nelle scuole, cercando di stimolare negli studenti un punto di vista critico, fondamentale per non ripetere più gli errori, o meglio, gli orrori della storia.

Andrea Magliocco, Med Master

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27 novembre 2009

Quale etica per i professionisti mediali?

Alla luce delle recenti innovazioni legate alla diffusione delle tv satellitari e del digitale terrestre si assiste a un aumento dell’offerta televisiva. La possibilità di guardare più emittenti televisive (si può arrivare quasi a mille se si considera Sky) è, senza dubbio, un importante elemento di novità se consideriamo la possibilità del telespettatore di costruirsi un vero e proprio palinsesto. Tuttavia, ad una maggiore libertà di contenuti televisivi, si dovrebbe aggiungere un’etica della responsabilità da parte dei professionisti mediali. È questo l’obiettivo dei vari comitati (Media e minori, Tv e minori, etc.) che hanno posto il problema della regolamentazione dei messaggi e dei contenuti in relazione agli effetti che questi possono provocare nei confronti dei minori. La questione dell’etica è molto delicata in quanto ciò supporrebbe l’individuazione di un’etica generale, cioè di una serie di norme condivise che vadano bene per tutti i professionisti mediali. La legge Mammì, che per prima ha regolamentato l’emittenza televisiva in Italia, e l’istituzione della fascia protetta (dalle 07 alle 23) hanno segnato un punto di accordo tra le varie sensibilità di chi fa televisione. Nonostante ciò le normative hanno lasciato questioni ancora aperte: non tutti i dirigenti televisivi, infatti, concordano sulle immagini da mostrare e sui contenuti da proporre. Al di là dei diversi punti di vista, le riflessioni e le esperienze legate alla media education, nei termini di un’educazione per i media indirizzata a chi fa televisione, sarebbero senz’altro un’ottima occasione per far maturare nel dibattito pubblico quella sensibilità giusta ed individuare un’etica comune e condivisa da tutti i professionisti mediali.

Andrea Magliocco, Med Master

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25 novembre 2009

Media education: una nuova educazione dei tempi moderni

Nelle società moderne il manifestarsi di alcuni fenomeni sociali (bullismo, varie forme di violenza etc.) nei luoghi deputati alla socializzazione, come famiglia e scuola, ha fatto emergere con tutta evidenza la necessità di investire sui processi educativi. L’educazione (dal latino educere) ossia quel processo attraverso il quale un individuo tira fuori di sè e impara particolari norme di comportamento, è un prerequisito fondamentale per orientarsi di fronte alle sfide del vivere di oggi. Nei nostri giorni, tuttavia, i contesti dell’educazione non possono non tener conto dell’importanza che hanno assunto le nuove tecnologie. Sempre più centrali nella contemporaneità, i nuovi mezzi di comunicazione di massa hanno bisogno di essere conosciuti e governati. Senza questi due momenti si rischia, infatti, di cadere nella logica binaria di divisione tra apocalittici e integrati, cioè tra coloro che criticano i nuovi media e coloro che accolgono gli stessi con un nuovismo acritico e superficiale. La conoscenza e il governo dei nuovi mezzi del comunicare si rende necessario anche e soprattutto se ci si focalizza sulle potenzialità educative che questi possono sprigionare. Il mondo delle scienze della comunicazione e quello dell’educazione possono, pertanto, trovare convergenza e percorsi comuni. Esempi di questo tipo sono quelli legati alla media education, disciplina che si propone di sviluppare, attraverso l’uso consapevole dei media, quel senso critico e quell’etica della responsabilità indispensabile per i giovani di oggi. Questi percorsi delineano nuovi progetti educativi, in perfetta sintonia con i tempi e gli anni che stiamo vivendo e colmano quel vuoto educativo che, secondo alcuni, sta diventando una vera e propria emergenza sociale.

Andrea Magliocco, Med Master

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